The Tour: un paio di domande (II)

Segue da The Tour: un paio di domande (I)


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Correre dev’essere naturale e istintivo quindi…

Certo, io ho esperienza nel tennis in cui il buon servizio arriva dopo un milione di palline sparate. La stessa cosa avviene nell’Atletica dove un movimento si esegue ad alta velocità e con alta efficacia solo quando lo si è completamente interiorizzato. Non sempre vince il più forte o il più veloce, a volte vince l’atleta che si contrae meno, che pensa meno ed è più fluido nella sua azione

C’è differenza di personalità tra chi sceglie – ad esempio – i 100m o i tremila siepi?

Certo. Dietro allo sforzo richiesto si nascondono profili psicologici abbastanza delineati. Il centometrista ha la necessità di essere il più veloce, l’assoluto. L’atleta alfa. Sui 400 l’atleta dev’essere veloce ma deve anche correre con la testa per non essere vinto dalla fatica. Ha più variabili da dover gestire.

Detto questo, tutti gli sport necessitano intelligenza sportiva e hanno una fase strategica. Ovviamente un 100m ha meno strategia perché è più breve e lo sforzo più esplosivo. Nei 400hs o nei 1500 e 5000 lo sforzo è prolungato e si creano tattica e strategia. Chi tira, chi molla, chi si aggancia. C’è moltissima intelligenza sportiva dietro a queste performance.

Comunque si stanno evolvendo anche le distanze. Ora gli 800 non sono più considerati la prima delle specialità di mezzofondo ma l’ultima della velocità.

Sta cambiando anche la morfologia dell’atleta… il velocista si sta generalmente alleggerendo.

Una mia curiosità: a livello psicologico quanto conta nei 400m partire in una corsia interna o esterna? Ci va intelligenza a non andare nel panico.

La reazione psicologica al posizionamento è molto personale. Io preferivo la corsia 1 e 2 per aver un riferimento da attaccare. Altri, preferiscono la 7 o 8 per fare la lepre e scappare. Quando si sta nel mezzo, tutto va tendenzialmente bene. Anche qui c’è strategia e psicologia. Io preferirei la corsia 2 alla 7, però dipende dall’atteggiamento e dalla personalità dell’atleta.

Cerco di abituare l’atleta all’imprevisto e a non farsi influenzare da esso. Nella qualifica la corsia è casuale, e bisogna essere preparati mentalmente a gestire situazioni non ideali o avverse come oltre la corsia, il vento, la pioggia, … i fattori esterni non devono influenzare mentalmente l’atleta, mai.

La prestazione fine a se stessa è un motore? Intendo i numeri nudi e crudi…

Il risultato cronometrico non deve essere la motivazione principale. Il momento perfetto é quello in cui la voglia di miglioramento cronometrico è associata a un equilibrio nella vita personale. Vince l’atleta più tranquillo, sereno, in pace con la sua esistenza.

Per te è più importante innovare o studiare il passato? L’altro giorno hai postato delle foto tratte da una vecchia enciclopedia intitolata Conoscere

Solo perché utilizzo la videoanalisi sembro essere considerato parte del gruppo dei radicali dell’innovazione per cui tutto il passato va ignorato. In realtà no, è necessario apprendere ciò che ci ha preceduti cercando di trasportarlo, semplicemente enfatizzando quello che è il naturale processo di evoluzione. Quella è la parola fondamentale: Evoluzione. Anche i miei allenamenti nel passato erano diversi da quelli di ora proprio perché cerco di evolvere. Non voglio rimanere un allenatore del paleolitico.

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Innovazione e Tecnologia. Confronto presso il CPO di Formia.

Prendi spunto da altre discipline o da altri sport?

Si, assolutamente. Prima abbiamo parlato del servizio nel tennis… la preparazione fisica nel tennis mi ha consentito di immergermi in un altro mondo sia per quanto riguarda i movimenti sia per la grande tenuta mentale e fisica dei giocatori data dallo sforzo prolungato. Sono delle macchine!

Ora che sono tornato all’Atletica mi porto dietro tanti elementi che mi hanno ispirato nella preparazione tennistica. Sì, mi faccio ispirare molto. Anche troppo! Guardo tutto con occhio molto critico. A volte mi piacerebbe guardare lo sport semplicemente da spettatore. Cerco sempre di capire la preparazione, le scelte, e quindi qualcosa poi passa nel mio modo di allenare. 

Proprio a livello mentale, ragionavo sul fatto che l’Atletica sia uno sport individuale ma di squadra. Quanto è importante la squadra?

La squadra è importante soprattutto per la condivisione della difficoltà in allenamento. Un allenamento duro condiviso con la tua squadra é meno duro. Nel nostro team abbiamo atleti che risiedono in 3 continenti, sparsi su 7 differenti nazioni. Anche se lontani e molte volte soli in pista, sappiamo che siamo squadra.

Qual è la differenza educativa dell’Atletica in cui la responsabilità del risultato è solo tua e uno sport di squadra in cui la responsabilità è condivisa? In pista non puoi accusare un altro di averti passato male la palla, ad esempio…

Ai ragazzi più giovani bisogna fare vivere l’Atletica come uno sport di preparazione, di esplorazione dei movimenti e delle capacità atletiche. Quanto forte posso correre? Quanto lungo o in alto posso saltare? Solo in un secondo momento inserire la componente prestazionale anche comparata agli altri in gara. Essere tu il solo responsabile in questo processo è altamente formativo e questa responsabilizzazione forse va inserita anche negli sport di squadra, per demolire la deresponsabilizzazione che a volte si trova in quei contesti, esempio lamentarsi per il cross impreciso. Anche nell’Atletica però può succedere e si tende ad accusare la scarpa, la pista, il meteo, eccetera. Bisogna saper passare sopra a tutto questo.

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